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Riflessioni dopo la maturità: una scuola da ripensare.

Io...finalmente "Matura"

A poche settimane dalla fine degli esami di maturità, tra previsioni sulle tracce, commenti e dibattiti, non sono mancati colpi di scena. Uno in particolare ha attirato l’attenzione dell’opinione pubblica e lasciato un messaggio forte: quattro studenti hanno scelto di non presentarsi all’orale come forma di protesta. Un gesto che ha suscitato reazioni contrastanti – da chi lo ha disprezzato a chi lo ha accolto con rispetto e riflessione – ma che ha sicuramente fatto parlare. Con quella rinuncia, i ragazzi hanno voluto denunciare un sistema scolastico che spesso non valorizza la persona, ma la schiaccia sotto il peso della competizione e delle aspettative, rendendoci simili a macchine.
«Io sono stato male», ha dichiarato uno di loro.  «Entriamo alle superiori a 14 anni e subito veniamo spinti in una competizione non umana», ha detto un’altra. «Spero di aver lasciato qualcosa», ha concluso uno dei protagonisti.

Le loro parole mi hanno profondamente colpita e mi hanno spinta a riflettere. Non è mai comodo  quando qualcuno esprime dissenso e va contro le regole; a volte è sbagliato, ma altre volte è semplicemente necessario. Quello che mi resta di questa vicenda è il bisogno urgente di essere ascoltati. Frequentando un liceo classico, il mitico Giulio Cesare di Roma,  ho imparato quanto sia importante sviluppare un pensiero critico. È una delle cose che la scuola ci ha trasmesso con successo, e che a me ha aiutato molto. Ma quando quel pensiero viene espresso apertamente, sembra quasi dare fastidio. E allora mi sono chiesta: cosa non sta funzionando?  Personalmente, ho sempre amato andare a scuola. Non l’ho mai vissuta come un peso. Dal punto di vista sociale, mi sono sentita a mio agio, ma a livello didattico – e soprattutto umano – ho spesso percepito la mancanza di quel qualcosa che cercavo nei professori. Nel complesso un buon percorso, mi sento comunque vicina a quei ragazzi che hanno scelto di denunciare un esame che, in effetti, non premia davvero il percorso fatto, ma si concentra su una prestazione singola, troppo legata al momento e influenzabile da fattori esterni. Durante il mio anno negli Stati Uniti ho vissuto un sistema scolastico molto criticato in Italia, ma che per me ha rappresentato una scoperta. Lì sono riuscita a esprimere pienamente il mio potenziale!  Non esiste un esame di Stato conclusivo, ma un sistema che si basa su un accumulo di crediti nell’arco dei quattro anni. Un modello che valorizza l’impegno costante, le attività svolte, e che culmina in una cerimonia, la , che celebra davvero la fine di un percorso.
Le parole del vicepresidente nazionale di Dirigenti Scuola, Roberto Mugnai, quando dice che “c’è più bisogno di ascolto che di giudizio”, tocca un punto fondamentale. E proprio da qui nasce il mio pensiero: sottrarsi alla prova forse non è la soluzione migliore.  Quel gesto ha sicuramente lanciato un messaggio forte e necessario, ed è un punto di partenza importante. Tuttavia, credo che ci siano anche altri modi per provare a cambiare le cose. Se l’esame non venisse percepito soltanto come la dimostrazione finale di cinque anni di studio, ma come un’ulteriore occasione per riflettere, crescere e imparare qualcosa in più su noi stessi, allora potrebbe acquisire un valore molto più profondo. Per me, è stato proprio così. Mi sono resa conto che per anni ho affrontato la scuola con troppa leggerezza, affidandomi alle mie capacità senza approfondire. Ho capito, durante la preparazione all’esame, quanto contino la costanza, la dedizione, l’impegno vero. E quanto uno studio più consapevole mi avrebbe permesso di affrontare meglio la prova. Allora forse, più che sottrarsi, dovremmo imparare a trasformare l’esperienza in consapevolezza. Cadere può servire, ma è rialzandosi e cercando soluzioni che si cresce davvero.
Credo in una scuola che valorizzi il singolo, che tenga conto delle sue aspirazioni, delle sue attività extracurricolari, e che valuti lo studente a 360 gradi, non solo attraverso una prova finale. Una scuola dove vengano investite più risorse, perché è lì che si costruisce il nostro futuro. Una scuola che ascolti, che accolga le fragilità, che riconosca e SOSTENGA gli insegnanti appassionati, veri pilastri dell’educazione.

Come scriveva Miguel Benasayag:

“Si può ricominciare proprio dalla scuola. Quel luogo dove si coltivano potenzialità ancora sconosciute, che emergono solo quando vengono ascoltate e messe in pratica, a cominciare dagli studenti, nella loro relazione con il mondo, con ciò che sperimentano ogni giorno, con le prassi da inventare, con l’aria che respirano.”

Ed è da lì che dobbiamo ripartire!

Studentessa italiana che costruisce un ponte tra la politica degli Stati Uniti e quella italiana, ispirando l'impegno tra i giovani
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